La Contea Di Modica
La contea di Mòdica: fra acropoli canyon e
Barocco
Chi, recandosi in Sicilia, non visita, sia pur ve locemente e sommariamente, la parte meridio nale del Val di Noto (tre sono i Valli in cui gli arabi divisero la Trinacria’: Val di Mazara, Val Dèmone, Val di Noto), non potrà dire di aver conosciuto l’isola, di averne colto i carat teri essenziali. E questo perché quello che pos siamo definire il quadrante sud-est siciliano presenta tali e tante peculiari caratteristiche da farne una Sicilia a parte, non sempre assi milabile alle altre province, specie quelle occi dentali.
Duomo di Ragusa
In questa parte di isola che, grosso modo, comprende l’antica contea di Mòdica (in pratica, il moderno Ragusano) la campagna ha aspetto singolare, diverso è il carattere e l’u more della gente, proprie caratteristiche mo stra l’architettura, speciale è la luce, più limpi da che altrove; e forse è dovuto, questo feno meno, al biancheggiare del calcare che da ogni parte affiora e che, nelle campagne, ridotto in sassi, corre per chilometri e chilometri sotto forma di muretti che tutto cingono, tutto deli mitano in un complicato svilupparsi di reticolo. L’itinerario che qui si propone ha inizio da Ca tania (dalla sua piana), tocca Caltagirone, che fu bastione strategico a controllo della strada che collegava il versante ionico siciliano con quello ‘africano’, passa per Gela e la sua pianu ra (per estensione la seconda dopo quella di Catania) e, attraverso Vittoria, si sviluppa lun go un percorso che tocca i più significativi cen tri che, amministrativamente, fecero parte della contea di Mòdica, prima, e del suo circon dario, dopo. Sulla strada di ritorno a Catania, si farà sosta a Noto per ammirarne il celebre barocco, poi ci si inerpicherà sugli Iblei alla ri cerca delle tracce che gli uomini lasciarono nel la notte dei tempi, luoghi di culto e tombe lun go valli profondamente intagliate nella roccia che qui chiamano ‘cave’. Attraverso Lentini, con intorno un paesaggio che in niente assomi glia a quelli che si sono ammirati appena qual che chilometro prima, si è di nuovo a Catania, nella sua piana verde di agrumi. A grandi linee abbiamo disegnato un itinerario tra i più interessanti fra quelli che in Sicilia si
Duomo di Siracusa
possono seguire. Un itinerario, vale ripeterlo, che permette di godere panorami unici, cogliere sapori particolarissimi, verificare ’situazio ni’ altrove difficilmente riscontrabili. Ce ne da impareggiabile conferma Leonardo Sciascia che, della contea di Mòdica, fu estimatore e su di essa ha scritto pagine che risultano un distil lato d’amore (oltre che di intelligenza). Pagine come questa: “Arrivandovi da Gela, da Calta-nissetta, da Palermo, Vittoria è come un paese di frontiera: ne ha l’animazione, la mescolanza, l’ambiguità, la contraddizione. Era l’argine contro cui si spegnevano, non senza qualche impennata, le ondate mafiose. E siamo in dub bio vi si spengano ancora, forse più di una breccia in questi ultimi anni si è aperta: ma l’impressione della frontiera ancora oggi, ogni volta, insorge. O il pregiudizio: che non soltan to sappiamo di star valicando il confine tra la Sicilia sedicente sperta (esperta per greve esperienza, e da quell’esperienza — potremmo ammettere — fatta nel particulare circospetta e sottile; non, come s’intende invece afferma re, di assoluta intelligenza e di inarrivabile sa per vivere) e la Sicilia che da quella sperta è definita babba (da intendere al meglio come in genua; ma più propriamente e correntemente, stupida), ma anche il confine con l’antica con tea di Mòdica, col circondario di Mòdica: nella Sicilia babba, che comprende (e meglio sarebbe dire comprendeva) le province orientali di Ra-gusa, Siracusa, Catania e Messina, una provin cia particolarmente babba: questa Ragusa in cui s’irraggiava l’antica
Caltagirone
contea. Tanto babba da godere (o da aver fama di godere) di una tranquillità economica e sociale, di un benesse re, di un tipo di vita fatto di probo lavoro, di sicuri e pacifici rapporti, di serene abitudini che il resto dell’isola non conosce e sembra ri fiutare nel momento stesso in cui ne fa apprez zamento. Curiosa contraddizione: di considera re stupida, e particolarmente stupida, questa parte della Sicilia di cui contemporaneamente si riconosce e si esalta la tranquillità del vive re, il benessere, l’eccellenza dei prodotti. Evi dentemente, una sorta di masochismo presiede a un così contraddittorio giudizio…”. Ed ecco che Sciascia ci ha spiegato come, dagli stessi siciliani, questo estremo lembo di Sicilia è considerato ‘diverso’. E la diversità, nella convivenza civile e nei rapporti sociali soprat tutto viene da una semplice constatazione: qui non c’è stata, storicamente, la piaga del lati fondo; la campagna è stata frazionata e ha dato lavoro e pane a coloro i quali attraverso enfiteusi vi hanno lavorato. Insomma, un più equo sistema di economia rurale (più equo rispetto alle altre zone dove malinconicamente e vìolen-temente persisteva il feudo) ha permesso che la mafia non prosperasse. Ma è ovvio che stia mo parlando della mafia del passato, di quella
Duomo di Modica
legata alla campagna: oggi le organizzazioni criminali sono holding che non conoscono con fini internazionali; figurarsi quelli, invisìbili, all’interno di una stessa regione. L’itinerario che qui si suggerisce permette di ammirare gran parte del barocco di cui si è ve stita la Sicilia. Il barocco della contea di Mòdi ca, come quello di Catania, è stato per così dire favorito da un evento catastrofico, dal terribile terremoto che nel 1693 devastò il Val di Noto, azzerandone la storia architettonica. Nelle zo ne devastate dal sisma, sul sorgere del Sette-
cento ci si diede ad alacre e sapiente ricostru zione di interi quartieri, di interi paesi (come Grammichele, il paese esagonale, Ragusa Ibla, Mòdica, Còmiso). Ovunque, in questo angolo di Sicilia, ci si sbizzarrì con le forme barocche, in un tripudio architettonico che, in certi casi, ha i toni del delirio.
Ispica
Al fasto del barocco ragusano fa da contrap punto ia povera condizione delle campagne, do ve l’ombroso carrube, è un altro emblema della zona. Appaiono i carrubi, come provvidenziali rifugi d’ombra nel mezzo dei campetti delimi tati dal sinuoso correre dei muretti a secco, o intorno alle masserie, un tempo floride aziende agricole in tutto autosufficienti (e questa loro autosufficienza s’indovina dalle caratteristiche architettoniche che ne fanno edifici di interes se unico per gli studiosi dell’ambiente rurale}. Andare alla ricerca delle residue masserie nel la contea di Mòdica, può giustificare un viag gio, può bastare a soddisfare quell’esigenza di ‘altrove’ che sta alla base di chi viaggia non soltanto per velocemente vedere, velocemente consumare piatti e paesaggi. Vagando tra gli Iblei ci si allontana molto dalla Sicilia celebrata dai tour ‘tutto incluso’. E si ha modo di riflettere su quanto, quest’isola, sia le gata alla terra, su quanto sia contadina. E su quanto la storia vi abbia ‘abitato’, sin da quan do gli uomini nascondevano i corpi dei loro morti in buche scavate nelle rocce.
L’ambiente e le strade
La Sicilia che con questo itinerario si attraver sa è costituita, nella sua parte centrale e più
consistente, dall’altopiano ibleo, area caratte rizzata da un aperto, arioso paesaggio che l’in tricato correre dei muretti a secco fa assomi gliare a un immenso reticolato qua e là ‘mac chiato’ dall’armonioso ombrello del carrube. Abbiamo accennato al paesaggio ibleo, ma in questo itinerario non si gode soltanto di esso: lasciando Catania, in direzione sud-ovest, im boccando la statale n. 417 per Caltagirone e Gela, si attraversa una significativa fetta della piana di Catania, celebre per la sua intensissi-ma produzione di agrumi (vedrete alberi di aranci, mandarini e limoni da ogni parte, a per dita d’occhio). In vista di Caltagirone — che, in lontananza, appare come paese-sentinella a guardia di due mari, quello ionico e quello che bagna l’Africa
Torre Cabrera Pozzallo
— il paesaggio cambia radicalmente e si ha un assaggio della Sicilia interna, quella dei grandi spazi silenziosi e disabitati. Da Gela ci si immette sulla statale n. 115 (il lungo nastro d’asfalto che collega Siracusa con Trapani, vale a dire la Sicilia da un’estremità all’altra) per raggiungere i paesi di quella che fu la fiorente contea di Mòdica, corrispondente all’attuale provincia di Ragusa. Avvicinandosi a Vittoria, la campagna si fa piacevole, con col line ben coltivate, cui la presenza di aequa con ferisce un aspetto rigoglioso, in contrasto con l’idea che generalmente — e non sempre ingiu stamente — si ha della Sicilia: come di isola ar sa e pressoché desertica. Dopo Vittoria, Còmiso appare scenografica mente incastonata alle propaggini degli Iblei: una visione che vi resterà nella memoria. Qui giunti, si cominciano a notare i tipici muri a secco del Ragusano, una particolare recinzione realizzata senza malta e senza intonaco, siste mando pezzi di calcare l’uno sull’altro, secondo gli insegnamenti di un mestiere antichissimo. I muri a secco d’ora in poi vi accompagneranno per molti chilometri. La strada, sempre como da e abbastanza spaziosa, alternativamente corre su viadotti (altissimo quello dal quale si domina Mòdica) o all’interno di valloni che i lo cali chiamano ‘cave’. Verso Noto (che è in pro vincia di Siracusa} il paesaggio muta d’aspetto: non più muri a secco e mandorli e ulivi al posto dei carrubi. Imboccata la strada per Palazzolo Acreide (statale n. 287), si è di nuovo in territo rio ragusano e questa volta nel cuore degli Iblei. Per raggiungere Pantàlica, la più vasta necropoli rupestre d’Europa, si viaggia su strade dì montagna, zigzagando immersi in un paesaggio di primordiale fascino. Dopo Lentì-ni, ci si immette nella statale n. 194 per Cata nia, che ormai è alle porte. Noterete, ai bordi della strada, un fitto ammassarsi di fichi d’In dia, un tempo emblema della Sicilia, oggi pian ta che può dirsi rara. E forse da salvare.
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